Io propongo "La storia" di Elsa Morante.
Un capolavoro della nostra letteratura che tutti dovrebbero leggere.
Un giorno di gennaio dell'anno 1941 Gunther, giovanissimo militare del Reich ubriaco, vaga per Roma alla ricerca di un bordello. Durante la sua (incompiuta) ricerca, incontra una donna, la maestra trentasettenne Ida Ramundo vedova Mancuso (ebrea da parte di madre, figlia di Giuseppe Ramundo e Eleonora Almagià, e madre di un figlio quindicenne di nome Antonio Mancuso, soprannominato Nino).
Per sfamare la sua sete di sesso, il soldato non trova miglior soluzione che violentare la donna. Da questa violenza nascerà un figlio, Giuseppe, poi soprannominato da suo fratello "Useppe" e così chiamato per la maggior parte del romanzo. Di Gunther non avrà più notizia, e infatti morirà in Africa.
Ida e i suoi figli vivono in una casa del Testaccio. Nino è il classico "burino" di città: fervente fascista (ma solo per braveria: in realtà non ha nessuna idea di cosa sia il Fascismo), linguaggio scurrile, comportamento spavaldo e sfrontato. Non si avvede della gravidanza di sua madre fino alla nascita del bambino, ma già dalla prima volta in cui lo vede se ne innamora, e inizia con lui uno stupendo rapporto di amore fraterno che durerà fino alla sua morte.
Nel luglio del 1943 Nino riesce a farsi accogliere in un battaglione di Camicie Nere in partenza verso il Nord. Qualche giorno dopo un grosso bombardamento distrugge, oltre al resto, la casa di Ida a San Lorenzo, uccidendo il cane di Nino, Blitz, e lasciando Ida e Useppe senza una dimora.
I due trovano alloggio in uno stanzone a Pietralata, condiviso con un anziano marmoraro comunista, Giuseppe Cucchiarelli (chiamato, per l'inflazione di persone con quello stesso nome, "Giuseppe Secondo" o, nel linguaggio infantile di Useppe, "Eppetondo"), e con una famiglia mezzo napoletana e mezzo romana, talmente numerosa da essere soprannominata la famiglia de I Mille.
Un giorno nello stanzone di Pietralata giunge un giovane, stravolto dalla fatica, che si presenta come Carlo Vivaldi, bolognese. Scostante e scortese, non è interessato ad avere rapporti con i suoi coinquilini, e se ne sta chiuso nel suo angolo senza comunicare con nessuno.
Poco tempo dopo, inaspettatamente, ricompare Nino, non più Camicia Nera ma partigiano comunista. Il suo soprannome da partigiano è Assodicuori, e con lui ha portato un suo compagno di guerriglia, Quattropunte. L'arrivo dei due mette Giuseppe Secondo in uno stato di eccitazione ideologica, al punto che, sebbene vecchio e malconcio, decide di unirsi alla compagnia partigiana di Nino, con il nome partigiano di Mosca.
Nino, inoltre, durante la cena, riesce a far parlare Carlo, scoprendo che si tratta di un dissidente politico (anarchico) arrestato dalle SS e fuggito durante la deportazione. Qualche tempo dopo anche Carlo, avuta notizia dell'uccisione di tutta la sua famiglia (di origine borghese) da parte dei nazisti, per vendicarsi si unisce alla Libera (la banda partigiana di Nino), prendendo il nome di Piotr e rivelando la sua vera identità: il suo nome, in realtà, non era Carlo Vivaldi, bensì Davide Segre, ebreo.
Finalmente I Mille riescono a tornare nella loro Napoli, lasciando Ida e Useppe soli nello stanzone di Pietralata. La loro solitudine dura poco: in breve nuovi sfollati, avuta notizia di quel luogo, vengono ad abitare lo stanzone.
Il gennaio dell'anno seguente, 1944, vede la tragica fine dei partigiani Mosca, ossia Giuseppe Secondo, e Quattropunte, il migliore amico di Nino, morti durante le loro imprese, nonché di Maria (o Mariulina), fidanzata di Nino e complice dei partigiani, uccisa dai nazisti con sua madre. La morte di Giuseppe Secondo ha un risvolto positivo per Ida: un'eredità di diecimila lire, che si trovavano nascoste all'interno del materasso lasciatole dal vecchio comunista.
Grazie a una sua anziana collega, Ida trova un nuovo alloggio: una stanza in affitto da una famiglia, la famiglia Marrocco, nativa della Ciociaria. Questa famiglia è costituita da Filomena, sarta, suo marito Tommaso, il loro figlio Giovannino (attualmente in Russia, e la cui stanza è quella presa in affitto da Ida), la giovanissima moglie di Giovannino, Annita, e il vecchio padre di Filomena. La casa viene spesso frequentata da Santina, vecchia prostituta e amica delle Marrocco, che era (a dir suo) in grado di leggere le carte, e per questa sua presunta capacità veniva sempre interpellata dalle appigionanti di Ida sulla sorte di Giovannino, che sperano di rivedere al più presto (mentre noi sappiamo essere morto durante la ritirata dalla Russia).
Nella casa dei Marrocco arriva un giorno Davide (prima conosciuto come Carlo o Piotr), alla ricerca di Nino, che è a Roma, ma senza un recapito preciso. Pochi giorni dopo, infatti, si presenta anche Nino, ma purtroppo Useppe si trova a passeggio con Annita. In questa occasione Nino comunica alla madre, sconvolta, di aver scoperto le sue origini ebree, e di esserne felice («A' mà! Che stiamo ancora ai tempi de Ponzio Pilato? Che se fa, se sei giudia? [...] Pure Carlo Marx era giudio!»).
Con l'inizio del 1946, a guerra ormai terminata, Useppe inizia a mostrare insofferenza all'idea di andare a dormire, poiché le sue notti sono tormentate da lunghi e spaventosi incubi. La persistenza di questi ultimi convince Ida a portare il piccolo Useppe da una dottoressa, che gli prescrive un ricostituente, che permette a Useppe di ricominciare una vita normale.
Qualche tempo dopo, un'altra morte segna il racconto: quella della prostituta Santina, uccisa dal suo magnaccia Nello D'Angeli.
Verso la fine dell'agosto dello stesso anno, Nino si trasferisce per qualche giorno nell'appartamento che Ida ha preso recentemente in affitto, con una cagna, Bella, che resterà con Useppe fino alla fine del romanzo. Questa situazione dura solo cinque giorni, ma Ida spera che possa diventare una situazione definitiva.
Il 16 novembre Useppe viene colpito da un attacco epilettico, il primo di tutta la sua vita (anche la madre, da bambina, aveva avuto questa malattia). Qualche giorno dopo, un altro avvenimento giunge a minare la salute psichica di Ida: la morte di Nino in un incidente stradale, dopo un inseguimento con la polizia (Nino era contrabbandiere).
La primavera e l'estate del '47 vede Useppe e la cagna Bella (che dopo la morte di Nino era riuscita a trovare la casa di Ida e si era stabilita lì) "pazziare" per le vie di Roma, lungo il Tevere (dove hanno una sorta di "rifugio segreto", in realtà non molto segreto), dove incontra un ragazzetto, tale Scimò Pietro, fuggito da un riformatorio. Questo ragazzo sarà il suo unico amico, oltre a Davide Segre, che intanto vive a Roma nella vecchia casa di Santina, sottomesso dal desiderio di morfina, e ad essa schiavizzato.
Nei momenti in cui si trova sotto gli effetti della droga, Davide è particolarmente amabile nei confronti di Useppe, tanto che Useppe tornerà spesso a trovarlo negli ultimi giorni. Sempre sotto gli effetti della morfina, Davide tiene un lungo discorso sull'anarchia in un'osteria, in gran parte ignorato dalle persone a cui si rivolge.
Di lì a breve Davide Segre, stroncato da un'overdose (o, come dice la Morante nel testo, da un'"iperdose"), muore nel suo appartamento. Qualche giorno dopo anche il piccolo Useppe muore durante uno dei suoi attacchi epilettici. La madre, Ida, alla vista del figlioletto morto, impazzisce, e viene portata in un ospedale psichiatrico dove morirà nove anni dopo.