Uscirà questo venerdì nelle sale. Seguo Paolo Sorrentino praticamente dagli esordi e non vedo l'ora di andare a vedere questo film. Mi piacerebbe vederlo in lingua originale... a quanto ho letto, Sean Penn ha regalato una performance grandiosa.
Nei cinema dal 14 ottobre, in un numero massiccio di copie (300), "This must be the place" del regista napoletano. Protagonista il divo americano in versione gotico-rock: la sua interpretazione potrà essere una delle chiavi vincenti nella corsa alla statuetta dorata. "Negli Usa cercheremo di uscire entro fine anno"ROMA - Quando una pellicola viene presentata a un grande festival, e poi arriva nelle sale molti mesi dopo, il rischio è che scatti una sorta di effetto stanchezza anticipato. Come un déja vu: se ne è già parlato tanto, l'attenzione finisce per calare. Ma ci sono alcuni film che non vengono nemmeno sfiorati da questo pericolo. E che anzi invecchiando un po', nelle aspettative, migliorano: forse perché non hanno nulla di banale o scontato, e sfuggono a qualsiasi tentativo di essere ingabbiati in un genere. Opere che richiedono tempo, riflessione, per poter essere assaporate al meglio. E This must be the place di Paolo Sorrentino - presentato lo scorso maggio a Cannes, in arrivo nelle sale italiane, in 300 copie, il prossimo 14 ottobre - rientra sicuramente in questa seconda categoria.
Ma c'è un altro motivo di interesse: la corsa alla statuetta dorata. Il film infatti, girato in inglese, punta direttamente al cuore degli Oscar. "Negli Usa avrà un'uscita tecnica a dicembre per l'eleggibilità agli Academy Awards - spiega uno dei produttori, Andrea Occhipinti - l'accordo con Weinstein per la distribuzione
Usa è recente, si sta discutendo il budget per la campagna". La pellicola insomma è, e vuole essere, una grande produzione destinata al mercato globale: "E' stato venduto in tutto il mondo tranne che in Cina, per ora", ammette con una punta di orgoglio lo stesso Sorrentino, oggi in conferenza stampa.
E allora, in attesa che i tanti spettatori amanti del regista napoletano si facciano la loro personale opinione, c'è da dire che l'appeal internazionale della pellicola è dato soprattutto dal suo protagonista, Sean Penn, in versione davvero inedita. Non solo nel look: occhi bistrati, immancabile rossetto, parrucca cotonata alla Cure. Ma anche nel particolarissimo mood recitativo che lui e il regista hanno deciso di dare al personaggio: voce in falsetto, gentile in maniera decisamente inattuale, di una sincerità e semplicità disarmante nel parlare di sé e di chi lo circonda. Il divo due volte Oscar interpreta in questo registro Cheyenne, una ex rockstar un po' glam e tanto gotica, la cui esistenza trascorre tra la noia e un sospetto di depressione. Finché la morte, a New York, del padre ebreo con cui non parlava da decenni non lo porta in tutt'altra dimensione: una caccia all'uomo alla ricerca dell'aguzzino nazista del genitore, internato durante la Seconda guerra mondiale in un campo di concentramento. Un viaggio alla ricerca di vendetta che è anche un tour nel cuore profondo dell'America. E soprattutto una ricerca e una scoperta di sé. Accompagnata da una colonna sonora - musiche di David Byrne che appare anche sullo schermo nel ruolo di se stesso, testi di Will Oldham - che se ci fosse una giustizia l'Oscar dovrebbe portarlo a casa di sicuro.
Quanto all'autore, ha già spiegato mesi fa che "in questo film ho tentato di essere il più semplice possibile, al servizio della storia". Ma chi si aspetta di vedere sul grande schermo una "normale" vicenda di una caccia all'uomo, sbaglia di grosso: lo stile, l'impronta, il virtuosismo di Sorrentino accompagnano tutta la storia. E forse solo nell'ultimissima parte lo spettatore dimentica la regia per concentrarsi solo sull'evoluzione di Sean Penn: "Lui ha portato moltissimo al personaggio - spiega ancora Sorrentino - lavora sulle sfumature e sui dettagli anche sul momento. Il suo camminare nel film rappresenta a suo dire il passo dei ricchi che si vergognano di esser diventati ricchi, ha dato sfumature al personaggio impadronendosene anche più degli sceneggiatori. L'idea di parlare così rallentato è una sua idea, e fornisce risvolti anche comici".
Sulla qualità decisamente internazionale della pellicola, poi, Sorrentino sottolinea che i film non hanno confini per definizione: "Bisogna avere una buona idea supportata dalla capacità di realizzarlo: non esistono film italiani, tedeschi, inglesi. Non so cosa significhi esattamente italianità di un prodotto, ma questo è un film decisamente italiano. Secondo me un film è italiano se concepito da italiani, pensato e scritto da italiani, diretto da un italiano e fotografato da un italiano". Niente provincialismo, insomma, ma tanta creatività nostrana. Per quella che è forse l'opera meno cupa, in qualche modo più ottimista, del suo autore: come dice Penn sullo schermo, "la vita è piena di cose belle".
E poi Sorrentino accenna anche ai progetti futuri: 'Non so ancora cosa farò - conclude il regista - ma di certo la realtà italiana rappresenta un ricco serbatoio da cui attingere per poter raccontare. Offre un panorama molto attraente". Nel bene e forse, soprattutto, nel male.
Fonte:
Repubblica.itEdited by 1TheBreakkina1 - 19/4/2013, 20:32